Sport è cultura, anche nel combattimento. Talenti italiani crescono

Uno sport che continua a diffondersi, facendo conoscere le regole ed i valori dietro quello che non è solo uno scambio di colpi. Purtroppo spesso viene esasperato da chi non è in grado di cogliere le regole, la preparazione e il rispetto che sono alla base di queste discipline. A volte purtroppo, come dimostra un recente incontro di rango globale, anche alcuni professionisti, ma più spesso persone che vedono in questo sport solo un confronto fisico. Un confronto che invece è prima di tutto psicologico e mentale.

Anche l’Italia si sta facendo conoscere in modo sempre più efficace, con nuovi fighters e talenti ad entrare nell’arena. Uno di questi è Gabriele Casella, che lo scorso 1 dicembre ha sconfitto Dani “Breezy” Traore in Bellator Kickboxing (categoria 80 kg) per verdetto unanime della giuria. 

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“Viaggi da imparare”

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, all’interno del progetto “Viaggi da Imparare”, propone un concorso indirizzato alle scuole superiori per la realizzazione di un video ispirato al tema dell’accoglienza. Il video vincitore diventerà uno degli spot ufficiali di UNHCR.

Un tema molto attuale e delicato, che vede interessate questioni come l’integrazione e – di conseguenza –  la sicurezza, che no si può assolutamente trascurare come priorità dei cittadini di un Paese. Questo progetto intende essere, in questo contesto, uno stimolo sia per la sensibilità che per la creatività dei ragazzi attraverso le scuole che a quest’indirizzo http://concorso.viaggidaimparare.it/, all’interno del sito Viaggi da Imparare realizzato da UNHCR in collaborazione con il MIUR, potranno trovare il modo di trasformare la loro idea in spot. Una volta iscritte nella sezione dedicata del sito, le classi avranno la possibilità di seguire un percorso interattivo a step fatto di quiz, contenuti educational, storie e testimonianze reali di ragazze e ragazzi rifugiati.

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Cronaca dei rimedi del giorno dopo. Ragazzi, “educazione” è libertà

Non può e non deve più essere così. Analisi e provvedimenti del giorno dopo devono necessariamente diventare analisi e provvedimenti preventivi, del giorno o dell’anno prima. Questa nuova tragedia scuote particolarmente gli animi per la giovane età delle vittime coinvolte ma anche per il teatro in cui tutto ciò avviene: un luogo di divertimento. Vogliamo essere chiari e sintetici e soffermarci su due aspetti importanti da mettere a fuoco.

In primis, soluzioni a monte e non a valle delle tragedie: soluzioni ed azioni a garanzia della sicurezza che vedano la luce non “a buoi scappati” ma grazie ad una corretta azione di verifica dei controllori, da un lato, insieme ad una gestione responsabile di coloro cui fanno capo determinate attività, specie quelle che hanno a che fare con l’incolumità delle persone, dall’altro. Detto questo in modo molto chiaro e diretto, non può sfuggirci una considerazione centrale che riguarda la vita dei giovani. In particolare con i luoghi del loro svago, del divertimento, che sempre più si trasformano in momenti di eccessi, a danno di sé stessi, fino a casi eclatanti come questi. Da una semplice e stupida – ma pericolosa –  moda come quella dello spray al peperoncino che sembra aver innescato la tragedia, al sempre più diffuso consumo di stupefacenti.

Perché ormai il divertimento non si può più definire tale se non prevede sballo o perdita di controllo. È questo il messaggio brutto e distorto da correggere. Anche perché, sinceramente, neppure veritiero. Non è una frase fatta ma ci si può divertire benissimo senza rischiare letteralmente la pelle o comunque andarci spesso vicini. In questo, purtroppo, bisogna riconoscere anche le responsabilità di nuovi modelli che tutto sembrano, furchè educativi. Onestamente nessuno può giudicare morale e gusti personali, ma ho un’idea personale e chiara a riguardo.

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#lavorarepervivere fa tappa a Napoli

“Lavoro” è una delle parole oggi più sulla bocca degli italiani, dunque nella loro testa e nei loro cuori. Un lavoro del quale c’è sempre più bisogno e che oggi sta animando un dibattito intenso e costante sui tanti ambiti e tra tutte le generazioni, dai giovani agli adulti, che il lavoro stesso dalla sua posizione di assoluta centralità arriva ad lambire ed interessare.

Uno di questi, per il lavoratori, è da sempre quello della sicurezza.

Un aspetto nei confronti del quale l’attenzione è e deve essere crescente. Attiva sul fronte da tempo e con grande forza è l’UGL, che oggi ha portato a Napoli il tour “Lavorare per vivere” per ricordare le 1029 vittime sul lavoro nel corso del 2017, progetto nato dall’intuizione di Attilio Lombardi e organizzato dalla sua ItalCommunications. Con una modalità molto efficace per permetterci di comprendere quanto importante sia il dato appena citato, ovvero con le centinaia di sagome bianche oggi presenti in Piazza del Plebiscito: un’immagine molto forte capace d’indurre ad una riflessione profonda tutti noi, cittadini, lavoratori e soprattutto le Istituzioni, chiamate ad essere in prima linea per la garanzia del diritto alla sicurezza sul posto di lavoro.

Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl, ci offre un’interessante fotografia della situazione attuale, che vede ammontare “nei primi 9 mesi del 2018 le morti a 834, ovvero l’8,5% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo in Campania si sono registrati 55 decessi, di cui 16 nella provincia di Napoli. Sono numeri imbarazzanti che devono far riflettere sulla necessità di un maggiore impegno istituzionale con il fine di contribuire ad una implementazione dei controlli sui luoghi di lavoro.” 

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La prevenzione scende in campo

Anche quest’anno la prevenzione è “scesa in campo” nella splendida cornice del Foro Italico grazie all’ottava edizione del “Tennis&Friends”, manifestazione nata nel 2011 su iniziativa della Onlus Friends for Health e condotta in collaborazione con lo staff sanitario della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del Coni. Tra volti noti ed una vasta presenza di partecipanti, si sono svolti check up medici gratuiti e consulenze a favore di quella prevenzione che è il messaggio centrale dell’iniziativa, dedicato a bambini, giovani ed adulti.

Tanti i partner che hanno preso parte attiva alla manifestazione, dando vita ad un vero e proprio “villaggio” in cui è stato possibile acquisire informazioni e dedicarsi anche all’intrattenimento offerto da giochi per bambini fino all’affascinante presenza persino di un elicottero dell’Aeronautica Militare, tra le attrazioni più gettonate.

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Il lavoro è vita

 
 
Se chiedessimo ai ragazzi i tre pensieri principali delle loro giornate cosa credete ci risponderebbero?
Sono sicuro che in cima, per tutti, ce ne sarebbe uno ricorrente: il lavoro.
Pensiero che fa sognare, ma purtroppo ultimamente preoccupa sempre più spesso.
E per molti motivi.
Oggi l’UGL ci dà la possibilità di parlare di lavoro con un’iniziativa, “Lavorare per vivere”, organizzata a Milano per mettere l’accento su una delle questioni più calde e delicate.
Le 1029 sagome bianche oggi in Piazza Duomo vogliono ricordare le vittime sul lavoro
del 2017. Un fenomeno che continua purtroppo anche nel 2018: nei primi 4 mesi di quest’anno si sono registrati 286 decessi.
“Un dato tristemente impressionante a cui non ci dobbiamo abituare”, secondo Paolo Capone, Segretario Generale UGL, presente alla manifestazione. 
Per Capone, “sono necessari più controlli e meno burocrazia per incentivare le aziende a investire nella sicurezza sul lavoro, poiché si tratta di un tema che riguarda la sfera più intima del lavoratore e che ha a che fare con l’essenza più profonda della persona. In tal senso – prosegue Capone – è necessaria una stretta collaborazione tra le Istituzioni, le aziende e i lavoratori per investire maggiormente su prevenzione e salute. È una battaglia che l’UGL intende continuare affinché tutti comprendano che è inaccettabile ammalarsi o morire sul lavoro nell’era dell’innovazione digitale. Quella della sicurezza sui luoghi di lavoro è, dunque, una priorità che va affrontata e risolta anche perché, nel nostro paese finalmente, si possa parlare di un lavoro dignitoso e sicuro”.
 
 
L’evento è stato ideato e organizzato da Ital Communications e risponde ai precisi obiettivi si sensibilizzazione che il sindacato, con un’opera costante ed intensa, sta continuando a promuovere a livello sociale. 
Qui noi vogliamo ricordare che il lavoro è – e deve essere – sogno, non preoccupazione. Deve essere benessere, vita, non la sua negazione. 

Questione di Identità

Quel che c’è di certo ?
Il bisogno di Identità. Il bisogno di valorizzarla, riscoprirla, difenderla. Fattore indispensabile, per un Paese e per un popolo. Ma anche per più popoli. Perché quello identitario, che può sembrare tra i discorsi più “escludenti”, è quello su cui si basa in realtà la più concreta delle inclusioni.
“Essere intolleranti con gli intolleranti” ci insegna Popper: in questo caso, qui l’apparente paradosso, essere intolleranti significa tutelare la tolleranza. Paradosso che in linea di principio può essere traslato sul discorso sopra accennato.
Favorire accoglienza ed integrazione non significa dis – integrare la comunità in tante piccole altre comunità, arroccate sui propri credo e sui propri destini. Significare darsi un codice di regole comuni, dal rispetto delle quali scaturisce il rispetto e (dunque) una reale, pacifica convivenza. E possiamo parlare tanto di popoli quanto di generazioni. Chi non tollera? Non può essere tollerato.
Oggi più che mai non possiamo permetterci di scherzare, di farci prendere la mano da tentazioni buoniste o velleitarie, da soluzioni temporanee o superficiali. Siamo in un momento di crisi, a partire da quella economica, figlia (a mio parere) di una più vasta e profonda crisi culturale.
Bisogna partire da poche e solide regole per costruire molte e solidissime certezze.
Giovani e giovanissimi sono l’obiettivo di questa azione, ma anche e soprattutto la fonte da cui scaturisce il cambiamento. Che passa dal pluralismo, dalla diversità, ma anche dall’onestà intellettuale di riconoscere e garantire un minimo comun denominatore di regole, diritti, principi. Oggi partiamo dal rispetto, domani diventerà sviluppo, crescita e (dunque) libertà.
Regole chiare, amicizia lunga.

Quest’immagine adesso vi evoca gli stessi pensieri di prima?

A tu per tu con.. autori “sul divano”

“Sogni, favole, illusioni, storie, leggende, sensazioni, impressioni, voli di piume, lagrime di luna e soffi d’amore che si fanno realtà”.        

Queste le prime parole che si leggono aprendo il libro di Marco Marrocco “Vincent sul divano”(Fefè ed.) autore eclettico, persona simpatica e sensibile, che oggi vogliamo conoscere meglio e più da vicino. Prendendo spunto proprio da questo suo libro, particolarmente profondo ed originale nei contenuti.                                                       

Marco, a che età e come hai capito che “da grande” avresti voluto essere uno scrittore?                                                                                                                        A sedici anni. Fu allora che passai da Rambo a Rimbaud.                                                           

Non male, lo stacco rende molto bene l’idea! Il rapporto con la tua famiglia, racchiuso in due parole e valori
La famiglia è il luogo della comprensione e della sicurezza. Questo vuol dire che è anche il luogo dal quale scaturisce la libertà, quella di allontanarsene per crescere e diventare quello che siamo.     

Come nasce il tuo ultimo libro?
Da una febbre, non fisica, ovviamente. Avevo in mente da tempo di scrivere qualcosa su Van Gogh, ma pensavo di inserirlo all’interno di un romanzo, o comunque in un testo non necessariamente dedicato a lui. Poi i pezzi di quello che avevo in mente si sono avvicinati fino a farmi scorgere un’immagine, e prima che si formasse ho cominciato a scrivere, così da vederla completarsi sotto le mie mani. Come fa un pittore.                   

In quali aspetti ti riconosci ed in quali invece ti vedi lontano dalle generazioni dei millennials…
Ho 40 anni. Se la mettiamo in termini di generazioni credo che siano poche le cose in comune tra la mia generazione e quella dei millennials. Poi leggo una poesia di Catullo e mi dico che questa storia delle generazioni è un finto problema.             

Essere giovani oggi, secondo te, vuol dire…
Vuol dire sentirsi dire continuamente “quanto è bello essere giovani”. Qualunque giovane al mondo sa che non è vero. Sa che i grandi conflitti, le prime sfide con noi stessi, la ricerca di quello che siamo cominciano proprio in quell’età che gli adulti vedono meravigliosa solamente perché non ci sono le bollette da pagare e un lavoro che, nel novanta per cento dei casi, non è quello che avrebbero voluto. Ecco, al di là dei miti della giovinezza, essere giovani oggi è una ricerca, più o meno consapevole, di un equilibrio tra leggerezza e ansia del futuro.                                                                

Il progetto che dedicheresti o condivideresti con dei giovani
Discutere, parlare e fare arte. In qualunque forma.   

Chi è un innovatore per te?
Chiunque sia in grado di creare regole nuove, di dare una forma nuova alla libertà.                       

Una “foto”, un’istantanea della tua vita, che ha un particolare significato per te e che avresti piacere a condividere…
Il giorno della mia laurea. Ricordo la felicità di mio padre, la sua commozione, le splendide parole, cariche di sincerità che disse quel giorno: “finalmente non dovrò più pagare la retta”.          

Tutte le generazioni condividono presente e futuro: due battute su entrambe, sul versante personale e professionale
Dal punto di vista professionale, nel mio presente c’è già un nuovo libro. Spero di vederlo pubblicato in un futuro non molto lontano. Sul piano personale, invece, sono troppo curioso per non godere di entrambi, presente e futuro. La verità è che vorrei vedere come sarà il mondo nel 2400. Ma credo che non ci riuscirò.                                  

Il denominatore sicuramente comune a più generazioni è uno: il sogno.. 
Forse è così, capiremmo di più di una generazione, o di più generazioni, studiandone i sogni. Ma diciamolo a bassa voce, prima che a qualcuno venga in mente di farlo. Riconosco nel sogno una forza propulsiva, ma so anche quanto i sogni possano essere pericolosi, soprattutto quando non si avverano. Ecco, dei sogni si dovrebbe dire quello che si sente nelle pubblicità dei medicinali in televisione: possono avere effetti indesiderati anche gravi, leggere attentamente il foglietto illustrativo. Peccato che non ci sia bugiardino per i sogni di ciascuno di noi.

La valigia diplomatica

“Valigia Diplomatica” (Edizioni Mind), con prefazione di Stefano Folli, è un libro che racconta le tappe del percorso che ha portato l’autore Antonio Morabito dal piccolo paese natio alla professione di Ambasciatore, dalle esperienze in Italia e all’estero sino alla Farnesina. Dall’Indonesia dall’Indonesia all’Argentina, dall’Iran alle nazioni africane coinvolte nei programmi della Cooperazione fino al Principato di Monaco, un percoso interessante da leggere anche e soprattutto per un giovane che pensi di intraprendere una carriera di questo tipo. Un libro “sincero e autentico” scrive Stefano Folli in cui l’autore “racconta di sé e della sua carriera in diplomazia con uno stile semplice ed efficace. Descrive soprattutto un percorso esistenziale, il cammino di un giovane figlio della Calabria onesta e operosa deciso ad aprirsi al mondo attraverso il servizio al ministero degli Esteri”. Si tratta di un testo di agevole lettura che rievoca con nitidezza le aspirazioni e i momenti più significativi della carriera alla Farnesina e all’estero aprendo al lettore un mondo poco conosciuto, caratterizzato da specifiche modalità di ingresso, tradizioni e passaggi. Sottolinea il valore del mestiere della diplomazia, così come ad altre carriere dello Stato, quale opportunità professionale per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro estrazione sociale e dalla loro provenienza geografica, così come strumento di garanzia del principio costituzionale della neutralità della pubblica amministrazione. Il libro con i suoi aneddoti e i tanti inediti episodi vissuti rappresenta un messaggio di ottimismo ed anche un interessante strumento per quei giovani interessati alle carriere internazionali e curiosi di conoscere il mondo, che coltivano il sogno di mettere i loro talenti al servizio del Paese. 

Di

– Antonio, la valigia diplomatica è un racconto di lavoro e di vita, come è iniziato questo percorso da un piccolo paese fino agli angoli del mondo più affascinanti?
In realtà è una storia normale, un racconto come tanti: un ragazzo del sud che prende la sua valigia -emblematicamente di quella appartenuta al nonno anche lui partito a suo tempo – e inizia un cammino fatto di studi tanta volontà e determinazione per arrivare a una metà sognata e agognata.

– In occasione della recente presentazione di Assisi e in altre città italiane sono stati molti i plausi, dei relatori e del pubblico ad un’opera che ben racconta la “missione” di chi ha scelto di serve lo Stato: in questo delicato momento storico, che messaggio si sente di lanciare a chi deve rappresentarci nel mondo?                                                                           Mi sento di ripetere quello che affermo più volte nel libro, ossia che
quello del diplomatico non è un lavoro qualsiasi ma è soprattutto una missione. Come afferma Stefano Folli nella sua prefazione “viene riaffermato il senso di “servire” lo Stato in un’accezione che costituisce la norma nel mondo anglosassone, ma che da noi non viene affermata con altrettanto orgoglio.

– La valigia diplomatica spazia dai racconti d’infanzia ai gradi palcoscenici del mondo: quale il fil rouge che lega questo affascinante percorso?
Sicuramente la passione e l’orgoglio di servire il proprio Paese ma anche di realizzazione personale e poi, le esperienze vissute come elemento di ricchezza e il rapporto con le persone e con il mondo e i mondi nuovi o le culture differenti vissuti come autentici traguardi e come storie da condividere. 

Soluzione “quote giovani”?

Giovani, laureati: pochi e male utilizzati.

Oggi abbiamo commentato a Mattino5 i risultati del rapporto Ocse “Strategie per competenze”: la situazione italiana è quella sopra sintetizzata, in poche battute.

Secondo l’Ocse “solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato, rispetto alla media del 30%” si legge nel rapporto, in cui si aggiunge che “gli italiani laureati hanno, in media, un più basso tasso di competenze” in lettura e matematica (26esimo posto sui 29 paesi Ocse) e non vengono utilizzati al meglio, risultando un po’ bistrattati.

L’ Italia è “l’unico Paese del G7” in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In inglese il fenomeno si chiama “skills mismatch”, detto in altri termini: le competenze non risultano in linea con la mansione.
Quale il risultato?
Duplice, almeno: che i giovani non sono valorizzati per le loro qualità, uno;
due che, di conseguenza, vanno a cercare questa valorizzazione altrove, spesso all’ estero.
Dove forse, quel “35% di lavoratori occupati in settori non correlati ai propri studi”, riesce invece a realizzarsi in ambiti in linea con le competenze acquisite.

Quali gli obiettivi che dovremmo prefiggerci?

Libertà di fare un lavoro per scelta e non per obbligo, ad esempio, debellando il “senso di colpa” che rischia di provare chi semplicemente aspira ad un lavoro in linea con gli studi, come dicevamo.

E soprattutto porre fine a questo nepotismo culturale, diciamolo chiaramente, che non libera e lascia spazio a risorse capaci. Dobbiamo smetterla di essere il “Paese per i capelli bianchi”: il rispetto va all’ esperienza di chi l’ha maturata sul campo, non a chi la lega solamente all’anzianità di servizio. C’è bisogno della “freschezza di servizio”, oggi più che mai.

Che non sia davvero quella delle “Quote giovani” la soluzione per fare spazio ai nostri nuovi e migliori talenti?

Rapporto Ocse su /www.tgcom24.mediaset.it/:

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/infografica/il-rapporto-ocse-sulla-strategia-per-le-competenze-_1001093-2017.shtml