Italianità e(‘) genialità.. anche da gustare

La pizza, si sa, è sinonimo di vera italianità. E con questa rima non troppo voluta introduciamo uno dei nostri più conosciuti prodotti, amati da tutte le generazioni e sempre più diffusi tra i giovani, come vedremo, non solo come consumatori ma anche per quel che riguarda il loro attuale mercato del lavoro.

Parliamo, dunque, di pizza e lo facciamo con uno dei suoi attuali più autorevoli ambasciatori: Gino Sorbillo è ormai personaggio simbolo dello stile e del successo italiano, reso noto da uno dei suoi prodotti più celebri come la pizza, emblema del genio italiano che ha saputo sapientemente combinare semplici materie prime, grani, mozzarelle e pomodoro. Prodotti d’eccellenza che solo grazie ad un’originalissima e storica intuizione sono diventati la base di un piatto che è da tempo un’icona globale, non solo in termini di patrimonio alimentare ma di una cultura riconosciuta a livello globale. Sorbillo nel corso degli anni ha visto costantemente crescere la propria attività in Italia e all’estero, per sbarcare recentemente a Roma dove era atteso da tempo, accolto un grande successo di pubblico curioso di scoprire o desideroso di provare le sue proposte come la sua famosa “Pizza Scugnizza”. Il pregio del lavoro di Gino Sorbillo è quello di partire da una forte e longeva tradizione dell’arte della pizza, valore fortemente radicato nella città di Napoli, che gli consente di conoscere bene e utilizzare al meglio gli ingredienti classici, selezionando le materie prime migliori e, allo stesso tempo, di essere all’avanguardia lavorando continuamente sul menù, scoprendo nuovi prodotti, ascoltando le richieste di un pubblico certamente più evoluto, affinando costantemente la tecnica e sperimentandola con grande attenzione.

“Sono particolarmente felice di trovarmi qui con chi da sempre ha creduto in me..

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Cronaca dei rimedi del giorno dopo. Ragazzi, “educazione” è libertà

Non può e non deve più essere così. Analisi e provvedimenti del giorno dopo devono necessariamente diventare analisi e provvedimenti preventivi, del giorno o dell’anno prima. Questa nuova tragedia scuote particolarmente gli animi per la giovane età delle vittime coinvolte ma anche per il teatro in cui tutto ciò avviene: un luogo di divertimento. Vogliamo essere chiari e sintetici e soffermarci su due aspetti importanti da mettere a fuoco.

In primis, soluzioni a monte e non a valle delle tragedie: soluzioni ed azioni a garanzia della sicurezza che vedano la luce non “a buoi scappati” ma grazie ad una corretta azione di verifica dei controllori, da un lato, insieme ad una gestione responsabile di coloro cui fanno capo determinate attività, specie quelle che hanno a che fare con l’incolumità delle persone, dall’altro. Detto questo in modo molto chiaro e diretto, non può sfuggirci una considerazione centrale che riguarda la vita dei giovani. In particolare con i luoghi del loro svago, del divertimento, che sempre più si trasformano in momenti di eccessi, a danno di sé stessi, fino a casi eclatanti come questi. Da una semplice e stupida – ma pericolosa –  moda come quella dello spray al peperoncino che sembra aver innescato la tragedia, al sempre più diffuso consumo di stupefacenti.

Perché ormai il divertimento non si può più definire tale se non prevede sballo o perdita di controllo. È questo il messaggio brutto e distorto da correggere. Anche perché, sinceramente, neppure veritiero. Non è una frase fatta ma ci si può divertire benissimo senza rischiare letteralmente la pelle o comunque andarci spesso vicini. In questo, purtroppo, bisogna riconoscere anche le responsabilità di nuovi modelli che tutto sembrano, furchè educativi. Onestamente nessuno può giudicare morale e gusti personali, ma ho un’idea personale e chiara a riguardo.

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Fedez&Ferragni, compleanno in vetrina

Viviamo ormai in stanze con pareti di cristallo. E quando siamo al sicuro, tra pareti solide e convenzionali, siamo noi stessi a renderle penetrabili alla vista, con il bisogno e la volontà di far conoscere al mondo quello che pensiamo e regolarmente facciamo.

Oggi c’è chi di questo fa un mestiere. Accettando di buon grado (?) l’apertura delle porte della propria vita al palcoscenico della rete. Con ciò che ne consegue, di buono o meno, nel vivere la propria quotidianità e nel mettera al centro di quelle altrui. Dunque di valutazioni, giudizi, complimenti ed offese. 

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Il lavoro è vita

 
 
Se chiedessimo ai ragazzi i tre pensieri principali delle loro giornate cosa credete ci risponderebbero?
Sono sicuro che in cima, per tutti, ce ne sarebbe uno ricorrente: il lavoro.
Pensiero che fa sognare, ma purtroppo ultimamente preoccupa sempre più spesso.
E per molti motivi.
Oggi l’UGL ci dà la possibilità di parlare di lavoro con un’iniziativa, “Lavorare per vivere”, organizzata a Milano per mettere l’accento su una delle questioni più calde e delicate.
Le 1029 sagome bianche oggi in Piazza Duomo vogliono ricordare le vittime sul lavoro
del 2017. Un fenomeno che continua purtroppo anche nel 2018: nei primi 4 mesi di quest’anno si sono registrati 286 decessi.
“Un dato tristemente impressionante a cui non ci dobbiamo abituare”, secondo Paolo Capone, Segretario Generale UGL, presente alla manifestazione. 
Per Capone, “sono necessari più controlli e meno burocrazia per incentivare le aziende a investire nella sicurezza sul lavoro, poiché si tratta di un tema che riguarda la sfera più intima del lavoratore e che ha a che fare con l’essenza più profonda della persona. In tal senso – prosegue Capone – è necessaria una stretta collaborazione tra le Istituzioni, le aziende e i lavoratori per investire maggiormente su prevenzione e salute. È una battaglia che l’UGL intende continuare affinché tutti comprendano che è inaccettabile ammalarsi o morire sul lavoro nell’era dell’innovazione digitale. Quella della sicurezza sui luoghi di lavoro è, dunque, una priorità che va affrontata e risolta anche perché, nel nostro paese finalmente, si possa parlare di un lavoro dignitoso e sicuro”.
 
 
L’evento è stato ideato e organizzato da Ital Communications e risponde ai precisi obiettivi si sensibilizzazione che il sindacato, con un’opera costante ed intensa, sta continuando a promuovere a livello sociale. 
Qui noi vogliamo ricordare che il lavoro è – e deve essere – sogno, non preoccupazione. Deve essere benessere, vita, non la sua negazione. 

Questione di Identità

Quel che c’è di certo ?
Il bisogno di Identità. Il bisogno di valorizzarla, riscoprirla, difenderla. Fattore indispensabile, per un Paese e per un popolo. Ma anche per più popoli. Perché quello identitario, che può sembrare tra i discorsi più “escludenti”, è quello su cui si basa in realtà la più concreta delle inclusioni.
“Essere intolleranti con gli intolleranti” ci insegna Popper: in questo caso, qui l’apparente paradosso, essere intolleranti significa tutelare la tolleranza. Paradosso che in linea di principio può essere traslato sul discorso sopra accennato.
Favorire accoglienza ed integrazione non significa dis – integrare la comunità in tante piccole altre comunità, arroccate sui propri credo e sui propri destini. Significare darsi un codice di regole comuni, dal rispetto delle quali scaturisce il rispetto e (dunque) una reale, pacifica convivenza. E possiamo parlare tanto di popoli quanto di generazioni. Chi non tollera? Non può essere tollerato.
Oggi più che mai non possiamo permetterci di scherzare, di farci prendere la mano da tentazioni buoniste o velleitarie, da soluzioni temporanee o superficiali. Siamo in un momento di crisi, a partire da quella economica, figlia (a mio parere) di una più vasta e profonda crisi culturale.
Bisogna partire da poche e solide regole per costruire molte e solidissime certezze.
Giovani e giovanissimi sono l’obiettivo di questa azione, ma anche e soprattutto la fonte da cui scaturisce il cambiamento. Che passa dal pluralismo, dalla diversità, ma anche dall’onestà intellettuale di riconoscere e garantire un minimo comun denominatore di regole, diritti, principi. Oggi partiamo dal rispetto, domani diventerà sviluppo, crescita e (dunque) libertà.
Regole chiare, amicizia lunga.

Quest’immagine adesso vi evoca gli stessi pensieri di prima?

A tu per tu con.. autori “sul divano”

“Sogni, favole, illusioni, storie, leggende, sensazioni, impressioni, voli di piume, lagrime di luna e soffi d’amore che si fanno realtà”.        

Queste le prime parole che si leggono aprendo il libro di Marco Marrocco “Vincent sul divano”(Fefè ed.) autore eclettico, persona simpatica e sensibile, che oggi vogliamo conoscere meglio e più da vicino. Prendendo spunto proprio da questo suo libro, particolarmente profondo ed originale nei contenuti.                                                       

Marco, a che età e come hai capito che “da grande” avresti voluto essere uno scrittore?                                                                                                                        A sedici anni. Fu allora che passai da Rambo a Rimbaud.                                                           

Non male, lo stacco rende molto bene l’idea! Il rapporto con la tua famiglia, racchiuso in due parole e valori
La famiglia è il luogo della comprensione e della sicurezza. Questo vuol dire che è anche il luogo dal quale scaturisce la libertà, quella di allontanarsene per crescere e diventare quello che siamo.     

Come nasce il tuo ultimo libro?
Da una febbre, non fisica, ovviamente. Avevo in mente da tempo di scrivere qualcosa su Van Gogh, ma pensavo di inserirlo all’interno di un romanzo, o comunque in un testo non necessariamente dedicato a lui. Poi i pezzi di quello che avevo in mente si sono avvicinati fino a farmi scorgere un’immagine, e prima che si formasse ho cominciato a scrivere, così da vederla completarsi sotto le mie mani. Come fa un pittore.                   

In quali aspetti ti riconosci ed in quali invece ti vedi lontano dalle generazioni dei millennials…
Ho 40 anni. Se la mettiamo in termini di generazioni credo che siano poche le cose in comune tra la mia generazione e quella dei millennials. Poi leggo una poesia di Catullo e mi dico che questa storia delle generazioni è un finto problema.             

Essere giovani oggi, secondo te, vuol dire…
Vuol dire sentirsi dire continuamente “quanto è bello essere giovani”. Qualunque giovane al mondo sa che non è vero. Sa che i grandi conflitti, le prime sfide con noi stessi, la ricerca di quello che siamo cominciano proprio in quell’età che gli adulti vedono meravigliosa solamente perché non ci sono le bollette da pagare e un lavoro che, nel novanta per cento dei casi, non è quello che avrebbero voluto. Ecco, al di là dei miti della giovinezza, essere giovani oggi è una ricerca, più o meno consapevole, di un equilibrio tra leggerezza e ansia del futuro.                                                                

Il progetto che dedicheresti o condivideresti con dei giovani
Discutere, parlare e fare arte. In qualunque forma.   

Chi è un innovatore per te?
Chiunque sia in grado di creare regole nuove, di dare una forma nuova alla libertà.                       

Una “foto”, un’istantanea della tua vita, che ha un particolare significato per te e che avresti piacere a condividere…
Il giorno della mia laurea. Ricordo la felicità di mio padre, la sua commozione, le splendide parole, cariche di sincerità che disse quel giorno: “finalmente non dovrò più pagare la retta”.          

Tutte le generazioni condividono presente e futuro: due battute su entrambe, sul versante personale e professionale
Dal punto di vista professionale, nel mio presente c’è già un nuovo libro. Spero di vederlo pubblicato in un futuro non molto lontano. Sul piano personale, invece, sono troppo curioso per non godere di entrambi, presente e futuro. La verità è che vorrei vedere come sarà il mondo nel 2400. Ma credo che non ci riuscirò.                                  

Il denominatore sicuramente comune a più generazioni è uno: il sogno.. 
Forse è così, capiremmo di più di una generazione, o di più generazioni, studiandone i sogni. Ma diciamolo a bassa voce, prima che a qualcuno venga in mente di farlo. Riconosco nel sogno una forza propulsiva, ma so anche quanto i sogni possano essere pericolosi, soprattutto quando non si avverano. Ecco, dei sogni si dovrebbe dire quello che si sente nelle pubblicità dei medicinali in televisione: possono avere effetti indesiderati anche gravi, leggere attentamente il foglietto illustrativo. Peccato che non ci sia bugiardino per i sogni di ciascuno di noi.

Rossella Brescia e la sua scuola per i talenti

Una scuola nata “con l’intento di coltivare e scoprire il talento dei ragazzi, in particolare a vantaggio di quelli che vivono in piccoli centri e non hanno quindi la possibilità di studiare in grandi scuole come Scala, Teatro dell’Opera ed altri”.

A parlare è Rossella Brescia, impegnata da tempo con successo in radio con “Tutti pazzi per RDS”, attualmente sul piccolo schermo con “Piccoli giganti”, a contatto proprio con simpatici, piccolissimi protagonisti.

Un’ artista, dunque, è il caso di dire “a tutto tondo”, che qui ci fa piacere ospitare per le interessanti riflessioni sulla formazione e sui giovani che ci consente di condividere. In virtù proprio di un suo personale, significativo impegno.

Partiamo dall’inizio…

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“Perché le cose devono essere così difficili?”

Se lo chiede Letizia Scarpello, giovane artista classe 18989, nata a Pescara ma ormai stabilitasi a Milano da tempo. 

Giovane ma già con numerose attività alle spalle, tra le sue mostre collettive ricordiamo solo alcune tra le più recenti: DISERTA, a cura del Collettivo Pepe, Casa della Cultura, (Spoltore; 2016), CONTINUUM, STAGE AS SOCIAL PLATFORM, con Luigi Coppola a cura di Simone Frangi e Tommaso Sacchi, progetto a cura di Nctm Studio Legale e Gabi Scardi per la XV Triennale di Milano (Milano; 2016), RITRATTO A MANO 3.0, con Gianni Caravaggio a cura di Giuliana Benassi e Giuseppe Pietroniro, (Convento delle Clarisse, Caramanico Terme, 2016), ), NAVATA 34, a cura delle Officine Tesla, Officine Green Garage, (Milano; 2016).

Domani Letizia presenterà al VIR Open Studio un insieme di “tentativi di lavori possibili”, intenzioni in-tensione, idee che si fanno opera nella loro “mancata realizzazione”.
Il titolo prende spunto dalla lettera che Matsuri Takahashi, giovane 24enne nipponica, lascia alla madre prima di gettarsi nel vuoto. “Perché le cose devono essere così difficili?”. Vicenda che rappresenta uno dei tanti (troppi) casi di karoshi (morte per eccesso di lavoro) registrati in Giappone negli ultimi anni.

 E “dove stiamo andando?” è la domanda che vuole porsi Letizia.

“La reificazione della vita umana e il suo farsi spettacolo fanno dell’ arte un abbellimento del mercato. Così lo slancio emotivo che guida il processo creativo si sedimenta a causa di circostanze culturali, sociali ed economiche che gli artisti della mia generazione ben conoscono. Per questo secondo appuntamento al VIR scelgo quindi di non cooptare il mio lavoro e di illustrare ciò che non è stato”.

Uno spunto di riflessione non solo attuale, ma molto originale. Grazie a Letizia allora e..appuntamento a domani !

FACEBOOK: http://bit.ly/2nECOI1

Studi Festival http://www.studifestival.it/

Miart http://www.miart.it/en

Start up al lavoro..per il lavoro

Il cognome è quello di chi lo ha reso noto a suon di spadellate ai fornelli.

Ma qui il core business è tutt’altro.

Matteo Cracco è un ragazzo di 29 anni che insieme a Luca Menti ha dato vita a “Vicker”, una start up a disposizione di chi offre o cerca lavoro.

Ospiti di recente a Mattino5, hanno spiegato la nascita e lo sviluppo della loro idea. Partito da Roma, il loro progetto è ora in espansione. In cosa consiste, dunque, nel concreto? Qualche informazione a riguardo già è in circolazione…

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